
“No, non m’interessa. Non è questione di soldi e il ruolo mi piacerebbe anche, ma ho saputo che l’ambiente di lavoro è tossico. Il mio benessere è più importante, resto dove sto”. Ecco il “niet” che ho incassato da una giovane manager in ascesa, selezionata per conto di un’impresa del settore turistico: nonostante posizione invidiabile e stipendio rimarchevole. Un secco “No, grazie” causato dall’ambiente di lavoro, effettivamente difficile, e giustificato dalla volontà di preservare la propria salute mentale.
Un po’ quello che il Censis, nel recentissimo Rapporto sul welfare aziendale (febbraio 2025) ha riassunto in un’immagine plastica: a “sindrome da corridoio”, di cui sono affetti (e afflitti...) tre milioni di dipendenti di aziende pubbliche e private italiane. Sindrome che sta per l’osmosi di ansie e disagi tra lavoro e vita privata, che riduce drasticamente il benessere soggettivo, la qualità della vita e la salute mentale. I numeri fanno impressione: quasi il 26% dei dipendenti (1 su 4) si porta al lavoro i problemi di casa, privati, con effetti negativi sulla performance lavorativa. Il 36% (più di 1 su 3) si trascina invece a casa le preoccupazioni maturate sul posto di lavoro, con conseguenti effetti negativi sulle relazioni familiari e amicali. E sono proprio i giovani, col 41%, che più si portano i problemi a casa, rispetto al 34,9% degli adulti e al 33,7% dei più anziani (a questi appartengono i deprecati boomer). La manager citata non vuole far parte di quel triste 41% e ha ben chiaro il concetto di “work life balance” di cui ho scritto in passato.
Ancora dal Rapporto redatto dall’istituto di ricerca socio-economica capitolino, fondato e tuttora diretto da Giuseppe De Rita: il 31,8% dei lavoratori dipendenti ha provato sensazioni di esaurimento, di estraneità o comunque sentimenti negativi nei confronti del proprio lavoro, cioè forme di burn-out *. Tale stato psicologico coinvolge il 47,7% dei giovani (ancora!), il 28,2% degli adulti e il 23,0% dei più anziani. Sofferenze sul lavoro che possono declinarsi in più modi: il 73% accusa stress o ansia causate dall’attività lavorativa; il 77% non riesce a trovare un equilibrio tra vita privata e professionale; il 76% si sente sopraffatto dalle responsabilità quotidiane; il 67% ha provato frustrazione per via del mancato supporto da parte del datore di lavoro e il 68,5% sente che in azienda non viene promosso un ambiente lavorativo buono e sano. Burn-out quindi riconducibile non alla oggettiva difficoltà di essere all’altezza dell’impegno richiesto, ma all’impatto che il lavoro stesso ha sulla persona: quando è negativo, ecco le conseguenze.
La soluzione, ovvio, è che l’azienda s’impegni a creare e sostenere un sano ambiente di lavoro. La “sindrome da corridoio” però, ha stravolto le cose. Ecco come stanno, sempre secondo Censis:
”La totalità della persona, da casa al lavoro, è ormai un requisito socialmente condiviso che coinvolge tutti i lavoratori, i quali non riconoscono più allo spazio del lavoro e quindi al rapporto con l’azienda una sorta di extraterritorialità, più o meno forzosa, rispetto alle problematiche che costellano la propria vita, in particolare quelle con implicazioni sulla salute mentale e sul benessere psicologico. Oltre il 70% dei lavoratori, in imprese grandi e piccole, ritiene essenziale poter acquisire un senso di appartenenza all’azienda intesa (non solo come datore e luogo di lavoro – ndr), ma come comunità, nella quale ci si possa sentire accolti, inclusi, partecipanti a parte intera”. Partecipanti a parte intera, ecco la chiave di volta per le aziende. Alcuni tour operator italiani l’hanno capito e applicato: l’elenco è questo, al lettore scovarli.
* Postilla sul burn-out: COS’É E COSA NON È IL BURN-OUT: Il burn-out – o sindrome da esaurimento professionale – è una condizione di stress cronico associata al contesto lavorativo, che a lungo andare provoca un esaurimento fisico, emotivo e mentale. Non è semplice stanchezza, né ha durata breve o temporanea. Si tratta di un vero e proprio stato di logoramento, prolungato nel tempo, che ha gravi conseguenze sulla salute e sulla qualità della vita del lavoratore.
Il burn-out si riferisce soltanto al contesto lavorativo e, per definizione, non deve essere associato ad altri ambiti della propria vita: né a patologie dell’umore come la depressione, né alle conseguenze psicologiche di un evento traumatico, catastrofico o violento, come nel disturbo post-traumatico da stress, nonostante alcuni sintomi siano comuni a tutti e tre i disturbi.








