Crisi in Medio Oriente? Tra un anno ce la saremo dimenticata, ecco perché
Ho chiesto a Copilot di consultare fonti affidabili (UNWTO, IATA, società di consulenza tipo McKinsey e BCG ecc.) e di dirmi esattamente in quanto tempo il mercato turistico mondiale (arrivi, presenze, voli aerei) si è ripreso OGNI VOLTA dopo alcune crisi globali che io stesso ho indicato (escludendo le più recenti, tipo Ucraina, perché irrisolte). L’AI di Microsoft mi ha risposto che il turismo mondiale, dopo grandi shock, tende a riprendersi in 1-3 anni, 3-4 solo per Covid, in dettaglio:
MediaWorld Viaggi e Bluvacanze: vendere viaggi fuori dalle agenzie è sempre difficile
L’abbiamo provato, senza essere clienti MediaWorld, e abbiamo constatato che un pacchetto su Phuket (metà aprile 2026, 7 giorni da MXP, due pax, B&B al Pearl Hotel Phuket) costa esattamente lo stesso (poco meno di € 2.000) su MediaWorld Viaggi, su Bluvacanze.it e pure su “Carrefour Viaggi powered by Bluvacanze” (con la catena francese - peraltro nel frattempo uscita con disonore dall’Italia - l’accordo era stato sottoscritto nel 2023). Le tre piattaforme sono esattamente identiche, anche nelle penali applicate (se avessimo prenotato e pagato il 22 febbraio e cancellassimo nei successivi 40 giorni, perderemmo € 1.780, cioè il 90% di quanto versato). Per prenotare è necessario compilare un form che comprende le seguenti informazioni (tutte obbligatorie): titolo, nome, cognome, nazionalità, indirizzo postale, indirizzo email, telefono fisso, telefono mobile, data di nascita e codice fiscale. Oltre a dover accettare l’invio di “comunicazioni promozionali di prodotti e/o servizi analoghi a quelli acquistati, senza necessità di ulteriore consenso”. Premesso che tutte le operazioni b2c che coinvolgono più canali (digitale e fisico, retail e GDO) sono apprezzabili, purtuttavia rimango della mia idea, la stessa da anni, ovvero che vendere viaggi e vendere altro - scatolette di tonno in Conad, Carrefour, Coop e ora telefonini e tv in MediaWorld - siano due cose radicalmente diverse. Per tre semplici ragioni: 1. Al supermercato si comprano beni di consumo, non cose costose - Comprare una vacanza non è un acquisto d'impulso (“acquisto non programmato, ovvero effettuato in funzione di uno stimolo improvviso che non tiene conto della convenienza e dell’utilità” - cit. Wikipedia) né economico, quindi non paragonabile allo scontrino della spesa: se il carrello si riempie con 100, massimo 150 euro, la predisposizione a spendere è quella lì. Una vacanza costa 10 o 20 volte tanto, quindi l’unica leva che può convincere il consumatore a comprare al supermercato (quindi non in agenzia, e neppure on line) è il prezzo. Sappiamo tutti che i pacchetti nei supermercati costano lo stesso che in altri canali (gruppi e promozioni a parte, ovviamente). 2. Nei centri commerciali sono quasi sparite le agenzie di viaggi (e pure gli Smartbox) - Non dimenticherò mai le file di clienti col numerino in mano (!) che attendevano di essere serviti nell’agenzia di viaggi del mega-centro commerciale Fiordaliso di Rozzano (Milano): venticinque anni fa, sull’onda della rivoluzione introdotta proprio dalla “prima” Bluvacanze, la gente faceva a botte per comprare un viaggio scontato del 10%. Poi è arrivato il web, i telefonini, Ryanair e Booking.com, e le agenzie sono quasi sparite dai centri commerciali. E una brutta fine hanno fatto anche i cofanetti regalo tipo Smartbox, che una decina d’anni fa avevano invaso gli stessi centri commerciali e pure le agenzie di viaggi: oggi occupano qualche timido box vicino alle casse, in librerie e supermercati. Morale? Viaggi e vacanze ora si comprano on line, oppure in agenzia: gli altri canali sono residuali. 3. Alle agenzie non dà fastidio e Bluvacanze si procura “lead" - Sono passati i tempi delle agenzie di viaggi che boicottavano t.o. e network che vendevano su altri canali. Ormai tutti fanno tutto (le agenzie vivono di 74ter, peraltro) quindi l’operazione Bluvacanze, simile a quella di Welcome Travel con Conad nel 2024, non darà fastidio più di tanto. Tutto ciò considerato, fa bene Bluvacanze a promuovere viaggi su MediaWorld? Certo, perché qualcuno che in agenzia non sarebbe mai entrato oppure non conosce il sito Bluvacanze lo trova sicuramente. Tecnicamente, è un “lead”, ovvero un potenziale cliente, non più un generico utente-consumatore, perché ha già manifestato interesse per il marchio o per il servizio proposto (quindi vale soldoni). Fa bene MediaWorld a valersi di Bluvacanze per promuovere viaggi? Certo, è un servizio in più offerto a chi conosce il megastore e magari è contento del TV che ci ha appena comprato. Anche perché questa operazione a MediaWorld non costa nulla e magari ci guadagna pure qualcosa con le commissioni. A latere, sapete a chi appartiene MediaWorld? Lo spiega Il Sole 24Ore a dicembre 2025: JD.com - gigante cinese dell’e-commerce e relativa logistica, terzo nel mondo dietro ad Amazon e Alibaba, sede a Pechino - controlla l’85,2%, ovvero la schiacciante maggioranza di Ceconomy AG (quella che fino al 2016 si chiamava Metro), catena tedesca specializzata nell’elettronica di consumo, proprietaria delle insegne MediaMarkt, Saturn e appunto MediaWorld (144 negozi solo in Italia). Quindi, la controparte di Bluvacanze non è tedesca, ma cinese: in tempi di mercato globale, qualcosa cambia...
I robot non sostituiranno MAI gli agenti di viaggi (e neanche i receptionist)
Fatte le debite proporzioni, io denuncio un’irragionevole entusiasmo per i robot, affermo una tesi (solo una) e la affiggo qui: MAI gli agenti di viaggi (e neanche i receptionist) verranno sostituiti da trabiccoli umanoidi. Come Lutero, porto delle argomentazioni a sostegno. Vi dimostro infatti che i tentativi di sostituire personale umano con robot o chatbot - nel nostro settore - hanno regolarmente portato a fallimenti: inefficienze, problemi con ospiti/clienti e conseguente intervento umano a riparazione. Ecco tre esempi eclatanti: 1. Hotel e robot - A Nagasaki l’Henn-na Hotel (che significa giustamente “strano”, in giapponese) è probabilmente il più famoso “epic fail” in ambito hôtellerie: il fatto risale al 2019, ma se ne parla ancora oggi, visto che non ha avuto emuli. Inaugurato nel 2015 (il Guinness dei Primati lo aveva proclamato ufficialmente “primo hotel robotico” al mondo) aveva scelto di affidarsi ai robot per ridurre i costi, semplificare il lavoro e ovviare alla mancanza di manodopera in un’area rurale. Esperimento con esito infausto quattro anni dopo, visto il licenziamento di metà della forza lavoro robotica di 243 unità: molte di loro finivano per creare più problemi di quanti ne risolvessero, costringendo il personale umano (previsto in sole 8 o 9 unità) a intervenire prontamente. Alla reception l’umanoide animatronico o il robot con le fattezze di un dinosauro velociraptor (!) non erano in grado di scansionare le carte di identità degli ospiti. Ogni camera era dotata di un assistente robot, soprannominato Churi, incapace di rispondere alle domande più elementari (al contrario degli assistenti vocali Siri o Alexa), al punto che un ospite veniva continuamente svegliato perché Churi gli chiedeva di ripetere la domanda che non aveva compreso (in realtà il cliente stava solo russando). Pure i robot danzanti a forma di cane, situati nella hall, non riuscivano a ballare o a fare granché, risultando quindi inefficaci nel migliorare l’esperienza dei nuovi arrivati (che, col receptionist dinosauro, avevano già qualche sospetto...). Sei anni dopo, la catena Henn-na Hotelesiste ancora, ha 20 hotel in Giappone e alla reception c’è tuttora un robot umanoide. Ma il personale umano c’è eccome. 2. Agenzie di viaggi e robot - Si chiamava Pepper il robot semi-umanoide progettato in Francia dalla giapponese SoftBank Robotics e lanciato sul mercato con grande enfasi nel 2014. Alto 1,2 metri, dotato di microfoni, telecamere HD, sensori giroscopici e display touch, Pepper sarebbe stato in grado di riconoscere le emozioni dell’interlocutore, interpretando le sue espressioni facciali e il tono di voce. Senza però riuscirci, nonostante fosse equipaggiato con Watson, sistema di intelligenza artificiale in grado di rispondere a domande espresse in linguaggio naturale, progettato da IBM. A introdurlo nel nostro settore fu, nel 2017, la divisione lnnovation & Research di Amadeus. Ribattezzato 1A-TA (chissà perché) andava collocato all’ingresso dell’agenzia di viaggi, allo scopo di evitare le attese dei clienti in alta stagione. 1A-TA si presentava al cliente, chiedeva quali esigenze avesse e investigava i suoi gusti, stabiliva la destinazione ideale e quindi inviava un’apposita scheda-cliente al banconista, che avrebbe proseguito la vendita in maniera tradizionale. Nel video Amadeus Pepper e la cliente soddisfatta si fanno pure un selfie. Nel 2021, dopo averne venduto 27.000 unità, SoftBank sospendeva la produzione del robot, a causa della insufficiente domanda di mercato. In effetti, bastava uscire dai parametri previsti per mettere in crisi l’algoritmo e di Pepper, nelle agenzie italiane, non ne è mai entrato uno. 3. Voli aerei e chatbot - Chatbot, inizialmente “chatterbot”, è la crasi di “chatter” (chiacchierare) e robot: è un software progettato per simulare una conversazione con un essere umano. Semplificando, un “robot di conversazione”, ovvero quanto abbiamo descritto finora, ma senza una forma fisica. I chatbot soffrono di “allucinazioni”, ovvero possono fornire informazioni false o inventate, presentate come fatti, a causa di inadeguatezza dei modelli di AI generativa che li sottendono. Esempi di chatbot che forniscono dati errati o di pura fantasia su tariffe aeree e disponibilità di camere se ne trovano a profusione, in rete, ma il caso più noto è quello di Jake Moffatt vs Air Canada. Nel 2022 Moffatt si trovava a Vancouver, quando a Toronto morì sua nonna. Volendo presenziare al funerale, l’uomo consultò immediatamente il sito di Air Canada per prenotare un volo che, trattandosi di un last-minute, si rivelò molto costoso. Moffatt lo comprò lo stesso, convinto dalla particolare policy della compagnia canadese, che riconosceva sconti in caso di lutto. Sarebbe bastato - gli aveva spiegato il chatbot di assistenza automatico - chiedere il rimborso entro 90 giorni. Tornato dal viaggio, Moffat seguì le indicazioni del chatbot e richiese il rimborso entro il termine stabilito. Terminata la procedura, tuttavia, ricevette un’email in cui un dipendente della compagnia aerea, questa volta reale, spiegava che la policy di Air Canda prevedeva che lo sconto venisse richiesto durante la prenotazione (come correttamente riportato sul sito) e non dopo: l’uomo avrebbe dovuto fare riferimento a questo, non al chatbot. Moffat non si diede per vinto, invocò giustizia e alla fine i giudici canadesi gli diedero ragione, concedendogli un cospicuo rimborso e condannando la compagnia a pagare le spese legali. Così Air Canada sarebbe stata più attenta a gestire i suoi chatbot e a farli andare d’accordo col sito. L’intera vicenda è ben spiegata in video da un avvocato americano-influencer (umano). La mia tesi è quindi che agenti di viaggi, receptionist e addetti al booking non smetteranno mai di esistere, perché - per efficacia e attendibilità, human touch a parte - l’intervento umano non è sostituibile da robot, chatbot & C. In attesa di ricevere la scomunica (da OpenAI e ChatGPT, immagino) godetevi questo recentissimo video, nel quale AIDOL, primo robot antropomorfo russo, inciampa clamorosamente sul palco di un evento tecnologico a Mosca, si spacca tutto e gli assistenti accorrono per coprire la vittima e la scena con un velo (pietoso).
Che fine faranno le agenzie di viaggi? Confronto - senza sconti - con Luca Caraffini
Però siccome questa newsletter esiste da 18 anni (!) non ci siamo ancora stancati e per parlare di come vendere viaggi abbiamo chiamato Luca Caraffini, che non ha bisogno di presentazioni. Chi non lo avesse mai sentito nominare, può pure smettere di leggere questa intervista e dedicarsi ad altro. Caraffini - Erano 12.000 dieci anni fa, la selezione c’è già stata. Il fatto è che ci sono centinaia (! - ndr) di agenzie che non sono utili a nessuno, neppure alla loro clientela. Purtroppo, servono ad alcuni colleghi per arrivare a una (misera) pensione oppure per non affrontare in famiglia le conseguenze di una disonorevole chiusura, con tanto di debiti. Sottolineo, per evitare polemiche inutili: ho detto centinaia, non tutte. C - Sì, perché l’agente di viaggi deve vendere e basta, del resto deve occuparsi qualcun altro. Negli ultimi anni sono diventati sempre più complicati aspetti amministrativi, contrattuali, assicurativi, di marketing (vedi i social). Gestire un’agenzia di viaggi era già complesso prima, oggi è praticamente impossibile, se non a costo di togliere ossigeno all’attività principale che - ripeto - è vendere. Punto. C - Mah, dico solo che è - o può essere - pericoloso, per l’agenzia e pure per il cliente. Il dettagliante tradizionale dovrebbe vendere il pacchetto del t.o., magari personalizzato, non inventarsi rapporti con DMC malesi o thailandesi, che magari ha incrociato pochi minuti all’ultima fiera. Non solo perché difficilmente è strutturato per assistere un cliente in difficoltà a Bali, ma anche perché capita che non sia neanche correttamente assicurato. Lo so, lo so che spesso i t.o. latitano: preventivi non corretti, risposte generiche, balzelli incomprensibili al cliente. Però meglio scegliere un partner serio, affidabile, onesto che far da soli, magari solo per guadagnare qualche spicciolo in più. C - Nove volte su dieci, alla domanda: “Con chi sei andato in quel posto xxx” la risposta è il nome dell'agenzia di viaggi, non quello del t.o. Peraltro, lato agenti, ben poco importa chi sia il proprietario di Alpitour, per citare il caso più noto: siamo passati dagli Isoardi a Ifil ed Exor, dalle cordate finanziarie tipo Wise SGR fino all’attuale TIP di Giovanni Tamburi: tanto la vera differenza non la fa la proprietà, ma i manager. I quali, a mio parere, hanno fatto un buon lavoro. Quindi, sono più importanti i fatti, piuttosto che l’azionista, e il posizionamento strategico sul mercato: che oggi - per Alpitour - è senza dubbio di rilievo. Conclusione, network e agenzie un futuro ce l’hanno, eccome. Ma i cataloghi cartacei dei tour operator servono ancora?
Quasi mezzo secolo dopo, a ottobre 2025, il Gruppo Nicolaus presenta “il Magalogue Valtur Winter 2025-2026, evoluzione del catalogo di viaggio in magazine e ripensamento della filosofia del viaggiare”. “Al di là della cura estetica negli scatti fotografici e nella ricerca di una tattilità cartacea seducente” sottolinea il direttore marketing Sara Prontera “Abbiamo inserito contributi critici di figure esterne al mondo del turismo, grazie alle quali stimolare una consapevolezza più profonda relativa all’esigenza di disconnessone e rigenerazione del viaggiatore contemporaneo”. Formato da lussuoso coffee table book, corredo iconografico di gran classe, un vero e proprio magazine da sfogliare come “Vogue” o “The New Yorker”. Chissà cosa avrebbe pensato, il cittadino della DDR, a proposito di “disconnessone e rigenerazione del viaggiatore”... In cinquant’anni il mondo è cambiato, i viaggi pure, i cataloghi di conseguenza. Quindi, la domanda che ci poniamo oggi è: ma i dépliant cartacei dei tour operator servono ancora? Due ragioni per il SÌ e due per il NO. SÌ perché - vedi l’operazione Magalogue Valtur - fanno immagine e quindi comunicazione. Il riconoscimento di Marchio Storico Italiano attribuito a Valtur va adeguatamente celebrato, il catalogo invernale 2025/26 diventa una sorta di monografia, come per la Ferrari o per Gucci. L’aspetto tecnico (la destinazione, il resort, le componenti del viaggio) passa in secondo piano, quello che - all’agente di viaggi prima e al cliente dopo - rimane impresso è il brand, la filosofia, l’approccio di Valtur alla vacanza. Per tutto il resto, sito e social. SÌ perché qualcosa all’agenzia e al cliente, di cartaceo, bisogna pur darlo. Una volta le agenzie ricevevano i cataloghi a pacchi di trenta o quaranta, disseminati all’ingresso dal corriere e poi faticosamente estratti dal cellophane per essere esposti in vetrina e consegnati al potenziale acquirente. Oggi di cataloghi in agenzia ne arriva una decina per prodotto, al cliente si manda il .pdf o direttamente il link al sito, ma il catalogo è l’unica cosa che si può sfogliare con lui. Per dire, quando una coppia viene in agenzia per acquistare un costoso viaggio di nozze, girare il monitor e fargli vedere il Six Senses alle Maldive, sul sito, “è cosa da barbun”, direbbe il Milanese Imbruttito. NO perché costano un sacco di soldi. Quante copie, a fine stagione, si buttavano via… Pacchi interi, a volte, neanche aperti. Non c’era la sensibilità green di oggi, ma era veramente un peccato, gettare via tutta quella carta (e gli alberi dai quali era tratta, pure). E poi stampare centinaia di migliaia di cataloghi (d’obbligo, quando le agenzie italiane, nel 2011, erano 11.500) comportava una spesa folle: cito a memoria, ai tempi Alpitour devolveva alla stampa di dépliant il 4% del fatturato. Oggi, quindi, meglio un bel sito e una cospicua presenza sui social, piuttosto che carta. NO perché tanto il cliente non decide più il viaggio sul catalogo. Questione controversa, ho sentito opinioni contrastanti. La faccio breve: per Parigi, Sharm, il villaggio in Sardegna il catalogo non serve a nulla. Per la crociera sul Nilo, il viaggio di nozze in Indonesia, il trekking sulle Ande, magari sì. La discriminante, quindi, è - o potrebbe essere - il prezzo. La stessa cosa vale, con le debite proporzioni, per le guide di viaggi, tipo Lonely Planet: no per Londra, sì per l’Outback australiano. Lascio al lettore la propensione per il SÌ o per il NO. Ma – da boomer – non posso esimermi dall’esprimere una facile profezia: il catalogo di viaggi sparirà del tutto quando noi Baby Boomer e Generazione X saremmo tutti morti, e a viaggiare saranno solo Gen Z e gli Alpha.
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